Il giorno del fotografo

Una volta all’anno, mia madre mi portava dal fotografo. Era una di quelle cose a cui teneva tanto e alle quali non potevi opporti.

Il fotografo era un anziano signore con un piccolo studio nella piazza del paese, una vetrina che si affacciava sulla strada e all’interno del negozio foto di bambini, mamme e donne bellissime. Pochi uomini, qualche volta.

 

Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash

Mamma prendeva l’appuntamento e poi cominciava a prepararsi e a prepararmi per l’evento. Una settimana prima passava in rassegna tutti gli abitini, le camicie e le gonne del mio armadio; niente andava bene: ” questo no, questa fantasia è bruttissima, non capisco perché l’abbiamo comprata, questo colore ti sta malissimo, no, i pantaloni no! quella gonna non ti sta più, è troppo stretta, i fiori assolutamente no!”. Per tutto il tempo borbottava frasi del genere. Poi quando aveva finito di criticare il vestiario passava al mio aspetto fisico: ” i tuoi capelli sono un disastro, faremo la treccia, anzi li laveremo bene la sera prima, non fare quell’espressione triste, hai le occhiaie? no impossibile, sei troppo piccola, ma perché sei così bianca? stai bene?”.

Per qualche giorno era così, vedeva solo difetti, credeva che la macchina fotografica avrebbe registrato solo ciò che non andava bene, poi, rinsaviva. Si ricordava del motivo per cui le piaceva il rituale delle fotografie, tornava in sé e mi diceva: ” cerca di essere te stessa davanti all’obiettivo”.

Io quella cosa la sapevo fare, essere me stessa intendo, farlo davanti al fotografo non importava, quello era il consiglio che preferivo.

Il giorno tanto atteso arrivava e mi piaceva spiare mia madre davanti allo specchio, si truccava con cura, pettinava i suoi capelli, provava a tirarli su, li spostava a destra, poi a sinistra, si metteva in posa come facevano le modelle dei giornali che leggeva prima di addormentarsi. Era bellissima.

 

Photo by Oleg Sergeichik on Unsplash
Quando finiva di prepararsi passava a me e, quello era davvero un giorno speciale perché solo per quell’occasione passava un velo di cipria sul mio viso ed io ricordo quel profumo e quella sensazione sulla pelle e adoro la cipria, ancora oggi non posso farne a meno.
Terminati i preparativi, un ultimo sguardo allo specchio poi mi prendeva per mano e andavamo dal fotografo.
Lo studio del vecchio signore era piccolo, ma accogliente. Appena entravi un odore strano ti assaliva, un odore pungente, di pellicole e di acidi per lo sviluppo. Nella stanza buia un fondale, bianco o azzurro,  contro la parete, le luci già posizionate, la vecchia reflex sul cavalletto.
Non ricordo il suo nome, ma ricordo ogni suo gesto e la sua voce. Una voce calma che ci suggeriva di cambiare posizione, questo profilo è meglio dell’altro, sorridete, siate voi stesse.
Me lo diceva anche lui e allora quel consiglio bisognava seguirlo davvero. Così, davanti all’obiettivo dimenticavo tutto: la brutta giornata a scuola, il voto basso in matematica, il compagno che mi aveva tirato i capelli, la nonna che mi rimproverava per qualsiasi cosa. Tutto scompariva e rimanevamo io e mamma, noi due, e potevamo essere come volevamo e ridevamo e scherzavamo e non eravamo più lì, eravamo ovunque volessimo essere, io e lei, felici.
Quella felicità mi rimaneva appiccicata per giorni, soprattutto nell’attesa che il fotografo ci chiamasse per andare a ritirare le foto. Quando succedeva, la mamma mandava papà a ritirarle. Lo aspettavamo sulla porta di casa e quando lo vedevamo arrivare con il pacchetto bianco e arancione il cuore batteva fortissimo!
Sfogliavamo le foto una dopo l’altra e poi di nuovo e un’altra volta ancora. Mi piacevano tantissimo e mamma era bellissima, ma finiva sempre per dire che non era venuta bene, ma io sapevo che era una bugia perché mentre lo diceva sorrideva, di quel sorriso soddisfatto. Infine, metteva le foto dentro una scatola che avrebbe tirato fuori davanti alle sue amiche perché era una cosa di cui andava fiera.
Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash
Quelle scatole colorate sono ancora nei suoi cassetti, ogni volta che torno a casa finisco per riprenderle e per riguardare le foto insieme a lei. Pagine di una vita passata che rivive tutte le volte in quelle immagini.
Una volta all’anno vado dal fotografo per il rituale del ritratto fotografico, in uno studio dove posso essere autentica davanti ad un obiettivo dove posso essere me stessa.